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Il nostro tempo è adesso

Una vita da precari, intere generazioni cui è negato il futuro ma anche il presente, una classe politica cinica e sorda. E poi, i giovani che non ci stanno e mettono su un tentativo di riscatto, un appuntamento nazionale, il prossimo 9 aprile, che vedrà scendere in piazza milioni di giovani. Ho intervistato Ilaria Lani, una delle promotrici dell’appello “Il nostro tempo è adesso”. L’intervista la trovate anche qui

Perché il nostro tempo è adesso?

Ci hanno abituato ad aspettare, metterci in fila, pazientare, sopportare, ad essere eternamente giovani, il tutto condito dalla retorica sul futuro: “tanto voi siete giovani, avete tempo”. Così ci è stato rubato il nostro tempo quello in cui possiamo sperimentare e valorizzare le nostre migliori competenze ed energie. Il nostro tempo è adesso perché dopo anni in cui siamo stati reclusi in una condizione di sottoimpiego, precarietà, umiliazione, dipendenza, non abbiamo altra scelta: dobbiamo alzare la voce e pretendere un paese diverso capace di liberare le tante potenzialità represse.

Come si iscrive questa manifestazione nel quadro più generale delle mobilitazioni che in questi mesi hanno portato e porteranno centinaia di migliaia di italiani in piazza?

La crisi è stata pagata dai soggetti più deboli. Questo è accaduto nel totale disinteresse di un Governo impegnato a tutelare i soliti noti. Le mobilitazioni di questi mesi e quelle in programma hanno portato in piazza la condizione di tante soggettività: studenti, cittadini, lavoratori, donne. Ma soprattutto hanno portato in piazza l’indignazione di chi non è più disposto ad accettare l’umiliazione continua del nostro paese. Credo che le manifestazioni continueranno e cresceranno, considerata anche l’importante tappa dello sciopero generale del 6 maggio. La giornata di mobilitazione del 9 aprile si ascrive in questo contesto, con l’obbiettivo di far irrompere nel dibattito pubblico un’urgenza, troppo spesso raccolta con paternalismo e retorica: i giovani non sono più disposti ad aspettare, pretendono un cambiamento radicale nelle politiche pubbliche e ne vogliono essere protagonisti.

Tra i vari commenti alla manifestazione, ne ho letto uno che mi ha colpito molto: “i ventenni in buona salute nati e cresciuti in Italia e che si lamentano della propria condizione esistenziale mi lasciano esterrefatto. Hanno tutte le opportunità possibili, che neppure quelli con solo dieci anni di più potevano solo immaginare, e tutto quelle che sanno dire è che la società è brutta e cattiva perché li lascia ai margini? che vogliono lo stipendio fisso?” Tu come gli risponderesti?

I ventenni conoscono bene cosa accade a chi cerca di entrare nel mondo del lavoro e vuole costruire un autonomo progetto di vita: è negata qualsiasi opportunità, a meno che non si abbia una buona famiglia alle spalle. Questo è un dato oggettivo, abbiamo un’abbondanza di statistiche che lo dimostrano. Infatti non basta avere tanti strumenti in termini di competenze e facilità di comunicazione, è necessario reperire gli spazi per poterli esercitare.
D’altronde il problema non è tanto lo stipendio fisso, né la scarsa propensione al rischio dei giovani, quanto la carenza effettiva di autonomia e opportunità causata da un mercato troppo corporativo e arretrato, da un lavoro che non c’è, dalla svalorizzazione delle competenze, da un modello di welfare che trascura proprio i giovani.

Cosa accomuna i ventenni e i trentenni di oggi rispetto alle generazioni dei nostri genitori?

Le nuove generazioni occupano posizioni periferiche nella società, come nel lavoro. La mancanza di opportunità e la condizione di precarietà ne soffocano le potenzialità e competenze.
Questa è una chiara sensazione che i ventenni hanno interiorizzato proprio a partire dal vissuto dei trentenni. Infatti per i trentenni di oggi si tratta di una cruda realtà: sono la prima generazione afflitta dalla precarietà e successivamente falcidiata dagli effetti della crisi. Per questo è importante che queste due generazioni siano insieme protagoniste della mobilitazione del 9 Aprile, per mettere in campo una risposta che parla insieme la lingua del presente e del futuro.

Si parla di giovani, ma siamo sicuri che il problema generazionale riguardi solo loro e non, a catena, tutto il sistema paese?

Riguarda tutti. Infatti nell’appello chiediamo di scendere in piazza a coloro che la precarietà la vivono, a quelli che la considerano ingiusta e a quelli che la pagano ai propri figli.
In sintesi diciamo che i giovani sono la grande risorsa del nostro paese, una risorsa spremuta e sprecata allo stesso tempo. Serve tutta un’altra politica per il nostro paese, che al primo posto sprigioni le competenze e l’autonomia delle giovani generazioni, unica possibilità per innovare e rivitalizzare una società sempre più ingessata.

I cinque motivi per essere in piazza il 9 aprile?

Per prendere spazi e alzare la voce, questo paese è anche nostro e non può essere lasciato nelle mani di chi lo umilia quotidianamente; perché la creatività e le competenze dei giovani sono una risorsa che non può essere soffocata tra privilegi e raccomandazioni; Perché la precarietà della nostra generazione è intollerabile e serve tutta un’altra politica; perché da solo non ti salvi, ed è arrivato il tempo di un’azione collettiva; perché il tempo è proprio questo, adesso.

Perchè tanto odio?

Sono anni che ci prendono per il culo.

Per anni ci hanno detto che dovevamo studiare, dovevamo specializzarci per un mercato del lavoro sempre più flessibile. Che serve il famoso “pezzo di carta”, sennò il lavoro mica lo trovi, sà. E poi i master, i corsi, gli stage (non pagati, “perchè ti sto insegnando il mestiere”).

Poi, d’un tratto, arrivano loro: tre Ministri della Repubblica (Gelmini, Meloni, Sacconi) che, con una conferenza stampa unificata, lanciano il “Piano di azione per l’occupabilità dei giovani“. E ci dicono che ci vuole umiltà, e che è necessario dedicarsi e riscoprire il lavoro manuale.

Invece di valorizzare le competenze, rinvestire – se in modo liberal vogliamo ragionare – quanto speso nella formazione, si consiglia a una generazione (e più) di abbandonare i propri sogni, le proprie aspettative senza poter raccogliere i frutti di anni spesi a studiare. Perchè i giovani hanno una “inattitudine all’umiltà”.

Che poi detto dai seguenti personaggi, stona parecchio:

Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Stella Gelminisfiduciata dalla carica di Presidente del Consiglio del comune di Desenzano del Garda per “manifesta incapacità”. Inoltre, ha sostenuto l’esame di abilitazione all’albo degli avvocati a Reggio Calabria, dove la percentuale di ammissione è altissima.

Ministro della Gioventù Giorgia Meloni – diplomata all’Istituto professionale “Amerigo Vespucci”. Tanti anni di militanza.

Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi – L’unico con un CV decente. Ma in Parlamento dal 1979 (con un cambio di casacche da far invidia a Ibrahimovic).

Questo è accanimento, è odio verso il prossimo. Non c’è altra spiegazione.

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Da solo non ti salvi. Il 27 Novembre in piazza per cambiare (insieme) l’Italia

La questione sociale diventa con sempre maggiore evidenza, nel nostro Paese, una questione generazionale. Si riducono le aspettative di be nessere delle nuove generazioni, crescono le divaricazioni tra i destini sociali dei giovani e tornano ad essere come un tempo determinanti le eredità familiari e geografiche nello sviluppo della personalità.

La crisi e le politiche finalizzate a contrastarne gli effetti hanno drammaticamente peggiorato la condizione giovanile, mettendo a nudo l’insostenibilità del nostro squilibrato modello sociale, perseguito più o meno lucidamente negli ultimi vent’anni con responsabilità diffuse. Un mercato del lavoro duale, che espelle i lavoratori con contratto precario e a termine lasciandoli privi di tutele in tempo di crisi – gli stessi che “sottoimpiega” e precarizza nei momenti di “crescita” -, che mostra una cronica incapacità di impiegare produttivamente la generazione più qualificata della storia della repubblica, e che contribuisce alla crescita della diseguaglianza dei redditi. Chi non può contare sulla protezione familiare è esposto al rischio povertà con livelli allarmanti nel Mezzogiorno, dove si concentrano inoccupazione, precarietà, sottoinquadramento, abusi, nero e economia criminale. Si assiste ad un ritorno della disoccupazione di massa, all’estendersi della sottoccupazione e di quel grave fenomeno di inattività “totale”, per cui si stima che oltre due milioni di giovani italiani non siano inseriti né in un percorso formativo né nel mercato del lavoro.

Gli effetti sul modello di sviluppo sono chiari: si sacrificano le forze più innovative, contribuendo a definire il destino di un paese più iniquo e meno dinamico.  Dove, per la prima volta dal dopoguerra, la condizione dei figli rischia di essere peggiore di quella dei padri.

La precarietà non si riduce alla sola dimensione lavorativa e non si esaurisce nel rapporto tra singolo lavoratore e datore di lavoro, ma investe l’intera sfera delle scelte di vita degli individui. Una precarietà “esistenziale” che mina le potenzialità espressive e creative di ciascuno, alterando persino i tempi “biologici”:  dalla scelta di formare nuove famiglie e famiglie “nuove”, all’affermazione dell’autonomia e della responsabilità individuale.

Basta con “i giovani disposti a tutto” pur di sopravvivere! Adesso siamo disposti a tutto pur di cambiare e migliorare questo Paese! Chiediamo rispetto, dignità, pieni diritti sul lavoro e autonomia dalla famiglia!

Nell’attuale modello di sviluppo, l’etica del lavoro sembra aver perso ogni significato. La nostra generazione è rimasta intrappolata in un sistema dominato dalla logica della cooptazione, impossibile da combattere individualmente. Istituzioni e organizzazioni collettive non sono riuscite a contrastare efficacemente questi modelli,  e spesso hanno finito per assecondarne i meccanismi clientelari e familistici.

D’altra parte, essere dipendenti dalla famiglia d’origine in Italia non significa solamente la possibilità o meno di avere una casa o di accedere a quei servizi che un inefficiente e imperfetto sistema di welfare non e’ in grado di offrire, ma anche che sarà la rete di legami sociali familiari a consentire di trovare un lavoro, bloccando spesso qualsiasi forma di mobilità sociale e anche di creatività e rinnovamento nei più diversi settori economici e  anche nelle aree più ricche del Paese. Un’immobilità che è fattore determinante del declino.

In questa fase di crisi, le forze sociali e collettive devono avere il coraggio e la forza di invertire la rotta, promuovendo la valorizzazione del merito, il rispetto delle regole, le garanzie di trasparenza: mutamenti nel costume necessari per combattere l’ingiustizia sociale e restituire libertà alle nuove generazioni.

Vogliamo affermare una rinnovata etica nei comportamenti pubblici e privati, come base della difesa dei diritti individuali e collettivi, per un diverso modello di sviluppo che comporti nuovi investimenti, nuove scelte economiche e nuove tutele sociali.

Alla nostra generazione è stato detto che formarsi avrebbe comportato maggiore “occupabilità”, più libertà di scegliere tra diversi lavori, maggiore reddito, più possibilità di districarsi in un mercato del lavoro altamente flessibile. La realtà è un’altra: un’intera generazione ha studiato, ha conseguito lauree, specializzazioni, master e dottorati per poi scoprire che il sistema produttivo italiano non riesce ad aprirsi alle nuove competenze, ed essere troppo spesso costretta a cercare altrove le possibilità di una realizzazione individuale all’altezza delle proprie ambizioni e aspettative.

Anche la rigida distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è ormai fuorviante e superata: è evidente che, nei processi di lavoro, entrambi vengono penalizzati dalla scarsa qualità dell’organizzazione del lavoro e dei beni e servizi prodotti, dalla mancata valorizzazione del lavoratore e delle sue conoscenze, dal basso grado di dialogo sociale.

Oggi la crisi economica si combina con scelte politiche miopi, volte a restringere ulteriormente le opportunità di esercitare professioni intellettuali: da un lato vengono introdotte ulteriori misure corporative per l’accesso alle “professioni protette” e dall’altro si continua a disconoscere l’universo delle “professioni non regolamentate”. Il quadro è drammaticamente aggravato dai continui tagli all’università, alla ricerca, alla scuola, all’informazione, all’editoria, alla cultura, al cinema, agli archivi, ai musei, al patrimonio culturale, artistico e ambientale.

Una politica lungimirante dovrebbe investire proprio su questi settori, affinché il Paese trovi all’uscita dalla crisi le condizioni di uno sviluppo migliore rispetto a quello perseguito in precedenza. Non vogliamo rassegnarci al pessimismo e al disincanto irresponsabile che viene predicato con fare paternalistico e spesso interessato: non lo accettiamo per noi ma soprattutto non lo accetteremo per i nostri figli!

Chiediamo che si affronti con decisione la “questione generazionale” che sta maturando, forse ancora inconsapevolmente e silenziosamente, nel Paese.

Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia, cosi’ recita lo slogan della manifestazione che la Cgil ha convocato per il prossimo 27 Novembre.

Chiediamo una riforma degli ammortizzatori sociali che sappia rispondere ai cambiamenti del mercato del lavoro e alle trasformazioni della società italiana.

Chiediamo misure immediate per contrastare il precariato e la disoccupazione giovanile.

Chiediamo che la flessibilità non sia sinonimo di precarietà e solitudine del lavoratore ma sia accompagnata da misure di regolazione e di protezione sociale.

Affrontare di petto la questione generazione oggi significa dare una speranza e un futuro al nostro paese. Occorre una decisa politica dello sviluppo che sposti risorse dalle rendite agli investimenti produttivi per un modello economico innovativo e sostenibile; occorre dare diritti e tutele a tutto il mondo del lavoro, a prescindere dalla tipologia d’impiego;

Chiediamo che il Sindacato allarghi la propria base di rappresentanza a tutto il mondo del lavoro, estendendo la contrattazione collettiva alle forme di lavoro non subordinato, chiediamo al Sindacato di promuovere nuove politiche sociali che favoriscano una maggiore autonomia e mobilita’ delle persone, a partire dalle nuove generazioni.

E’ un impegno rivolto al futuro, che potrà essere onorato solo se la nostra generazione contribuirà direttamente ad una nuova stagione di mobilitazione e di conquiste sociali.

Troppo spesso, negli ultimi anni, abbiamo commesso l’errore di cercare risposte individuali a problemi collettivi. Ma ormai si é infranta per sempre l’illusione della salvezza individuale: senza un’azione collettiva e diretta dei giovani, anche in presenza di una nuova attenzione delle organizzazioni sociali, non si produrranno i necessari profondi cambiamenti di cui ha bisogno la società italiana.

Per questo, il 27 novembre, saremo affianco ad una Cgil che vorremmo sempre al nostro fianco,  occuperemo lo spazio pubblico, per affermare attraverso la nostra libera partecipazione la soggettività di una generazione che non fugge e non diserta, ma che anzi vuole essere protagonista di un nuovo patto sociale tra le generazioni e di una nuova stagione per l’Italia.


Promotori:

Salvo Barrano, 34 anni, archeologo free-lance

Martina Di Simplicio, 32 anni, psichiatra, dottoranda di ricerca presso l’Universita’ di Oxford

Emanuele Toscano, 34 anni, e’ ricercatore a tempo determinato in Sociologia all’Universita’ La Sapienza di Roma

Mattia Toaldo, 32 anni, e’ assegnista di ricerca in Scienze Politiche all’Universita’ di Roma III

Peppe Provenzano, 28 anni, ricercatore presso lo Svimez


Per informazioni e adesioni:   appello27novembre@gmail.com

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