Comunicazione precaria

Le esperienze di attualizzazione di pratiche politiche e sperimentazione di nuovi linguaggi cominciano a registrare un’ampia casistica, anche qui in Italia dove certamente – a parte qualche caso illuminato – non possiamo certo dirci all’avanguardia. Le difficoltà a farsi spazio in un’arena comunicativa pietrificata dall’eterno presente berlusconiano da un lato e dalle composte e canoniche pratiche di mobilitazione della sinistra istituzionale dall’altro cominciano a essere superate, soprattutto grazie alla Rete e alle sue potenzialità.

L’organizzazione della manifestazione del prossimo 9 Aprile sulla precarietà e sulla questione generazionale “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta” è solo l’ultima di una lista di esperienze che, da qualche anno, stanno cercando di innovare e sperimentare nuove forme di fare politica e di veicolarne i messaggi. Far scendere in piazza i precari è complesso e faticoso per la natura stessa della figura contrattuale intermittente, con percorsi lavorativi discontinui e spesso atomizzati, assenza di diritti, bassa sindacalizzazione. Pensare di farlo con gli strumenti classici – proprio per questi motivi – è praticamente impossibile.

Anche perché oggi, in Italia, il tema della precarietà è affrontato in maniera bipartisan in termini ambigui e tentennanti. Per questi e altri motivi una generazione precaria, sfruttata e denigrata, ha deciso di auto-rappresentarsi per restituire un’immagine di sé più autentica e complessa rispetto a quella costruita su stereotipi dai canali mainstream. E l’ha fatto utilizzando i nuovi strumenti di comunicazione forniti dal web e dalle nuove tecnologia dell’informazione, che permettono di agire direttamente sul messaggio veicolato e sull’audience da raggiungere. Si sono quindi prodotti video, contenuti multimediali, si è puntato sulla creatività e sulla sperimentazione di nuovi linguaggi politici, su forme non convenzionali di promozione del messaggio della manifestazione.

La passeggiata di zombie precari per le strade della città, uno speaker corner precario la domenica mattina nell’affollato mercato romano di Porta Portese, l’azione di “disturbo” della presentazione del film di Boris sono esempi chiari di una generazione che ha deciso di raccontarsi e autorappresentarsi con ciò che la rispecchia di più: l’ingegno, la gioia, la creatività.

Il web 2.0 (i social network come Facebook, Youtube, Twitter su cui poi queste azioni vengono rilanciate) abilita processi di disintermediazione tali da parlare, più che di audience, piuttosto di parlance, per sottolineare il ruolo attivo nella costruzione di senso che gli attori sociali hanno all’interno della rete. Manuel Castells, nel suo recente Comunicazione e Potere, sostiene come le recenti innovazioni nel web denominate web 2.0 e web 3.0, grazie a dispositivi e applicazioni che hanno favorito l’espandersi di spazi sociali sulla Rete Internet, siano alla base della trasformazione radicale dei meccanismi di comunicazione. La rete Internet ha permesso l’affermarsi di una mass self-communication: una comunicazione che ha le potenzialità di raggiungere una platea globale, e perciò di massa, ma al contempo auto-comunicazione in quanto auto-generata, i cui destinatari sono auto-individuati, con un’auto-selezione dei contenuti da veicolare.

Attraverso questa forma di comunicazione, si costruiscono sistemi personali di comunicazione di massa che si basano su blog, siti web, flussi informativi audio e video, spazi sociali sul web, wiki, elaborando il contenuto sulla base del proprio orientamento individuale e al contempo inserendosi in una comunicazione many-to-many. Questi nuovi strumenti di mass self-communication forniscono agli attori dei movimenti sociali e culturali contemporanei delle forme organizzative e di comunicazione estremamente più efficaci e decisive, segnando un definitivo strappo con le forme organizzative classiche proprie dei partiti, dei sindacati, delle associazioni tradizionali. Con l’affermarsi nella vita sociale contemporanea di un modello di società in Rete, al principio di generalità proprio del processo produttivo che caratterizzava la società industriale e che generava un senso di sameness, di uguaglianza – base della solidarietà e della coscienza di classe dei movimenti sociali dell’epoca – si sostituisce un principio d’individualità che porta l’individuo al centro della “struttura sociale”, incidendo di conseguenza sulla natura dei conflitti e dei movimenti contemporanei.

Si evidenzia così l’emergere di nuove soggettività, che non puntano più alla difesa ed all’affermazione di identità collettive attraverso categorie socialmente definite, ma si costituiscono come forme di resistenza ad un dominio “desoggettivante” – come quello della precarietà – attraverso l’esperienza individuale e la ricerca di nuove forme di azione politica. Nuove soggettività che sanno sorridere di se stesse, perché credono che il tempo del riscatto sia arrivato.

I rischi della precarietà

Un’indagine dell’IRES, curata da Daniele Di Nunzio, mette in evidenza come il legame tra precarietà e rischi sul lavoro sia direttamente proporzionale.

Nel 2009, in Italia, un infortunio sul lavoro su tre ha coinvolto un lavoratore sotto i 35 anni (precisamente, l’Inail ne ha registrati 262.233) così come un morto sul lavoro su tre (questo dramma riguarda 295 giovani morti sul lavoro in un anno e le loro famiglie). In cinque anni, tra il 2005 e il 2009, 44.478 lavoratori sotto i 35 anni hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro, ossia un’invalidità che li segnerà per il resto della loro vita. E proprio i giovani hanno il tasso infortunistico più elevato: secondo le nostre elaborazioni si registrano 5,06 infortuni ogni 100 occupati per chi ha fino a 34 anni e 3,72 infortuni ogni 100 occupati per chi ha più di 34 anni.

Sono dati che spiegano come i giovani, oltre a dover subire difficoltà occupazionali e la dequalificazione all’interno dei processi produttivi, vivono anche il dramma poco rilevato delle difficili condizioni di lavoro. Condizioni che hanno un impatto negativo sul loro stato di salute, comportando un malessere fisico e psicologico.

L’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) ha svolto una ricerca sulle condizioni di lavoro dei giovani – finanziata dal ministero del Lavoro – che sarà pubblicata a breve dalla casa editrice Ediesse. Oltre a condurre un’analisi delle statistiche ufficiali, sono stati intervistati mille lavoratori sotto i 35 anni, di diversa tipologia professionale e contrattuale, su tutto il territorio nazionale, tramite un questionario telefonico. Dalla ricerca emerge il vissuto reale dei giovani al lavoro. L’obiettivo è quello di fornire degli elementi di riflessione sulla questione generazionale, per individuare i fattori di rischio e contribuire a orientare gli interventi delle istituzioni e delle parti sociali.

Spesso, si giustifica il rischio per la salute dei giovani lavoratori con la loro minore esperienza. È doveroso precisare che questa argomentazione non trova nessuna giustificazione nella legge, che prevede che la tutela sia massima per tutti attraverso un’adeguata prevenzione. D’altra parte, proprio la ricerca dell’Ires dimostra che la dura realtà del lavoro per i giovani è la ragione primaria della loro elevata esposizione ai fattori di rischio.

Osservando il carico da lavoro dal punto di vista fisico, dalle interviste emerge che molti giovani lavorano sotto sforzo e in situazioni di rischio. È insomma smascherata la retorica di una generazione che fugge dal lavoro di fatica: più di un giovane lavoratore su tre solleva carichi pesanti o fa degli sforzi fisici considerevoli (35,2%); quasi un giovane lavoratore su cinque ammette di lavorare in condizioni di effettivo pericolo (17,8%).

Considerando il carico di lavoro dal punto di vista organizzativo, emerge l’elevata intensità dei ritmi di lavoro che caratterizza sia le mansioni operaie che quelle concettuali: circa due lavoratori su tre hanno un ritmo di lavoro eccessivo (60,5%); la metà del campione lavora con scadenze rigide e strette (il 48,0%) e non ha abbastanza tempo per svolgere il lavoro (47,5%).

continua a leggere su www.rassegna.it

Prossima fermata Napoli

Si riparte.

E ci si ferma a Napoli, questa volta. Per parlare (anche) di precarietà.

Qui l’evento su FB

9 Aprile 2011

Sarà il giorno della riscossa precaria?

Il nostro tempo è adesso

Una vita da precari, intere generazioni cui è negato il futuro ma anche il presente, una classe politica cinica e sorda. E poi, i giovani che non ci stanno e mettono su un tentativo di riscatto, un appuntamento nazionale, il prossimo 9 aprile, che vedrà scendere in piazza milioni di giovani. Ho intervistato Ilaria Lani, una delle promotrici dell’appello “Il nostro tempo è adesso”. L’intervista la trovate anche qui

Perché il nostro tempo è adesso?

Ci hanno abituato ad aspettare, metterci in fila, pazientare, sopportare, ad essere eternamente giovani, il tutto condito dalla retorica sul futuro: “tanto voi siete giovani, avete tempo”. Così ci è stato rubato il nostro tempo quello in cui possiamo sperimentare e valorizzare le nostre migliori competenze ed energie. Il nostro tempo è adesso perché dopo anni in cui siamo stati reclusi in una condizione di sottoimpiego, precarietà, umiliazione, dipendenza, non abbiamo altra scelta: dobbiamo alzare la voce e pretendere un paese diverso capace di liberare le tante potenzialità represse.

Come si iscrive questa manifestazione nel quadro più generale delle mobilitazioni che in questi mesi hanno portato e porteranno centinaia di migliaia di italiani in piazza?

La crisi è stata pagata dai soggetti più deboli. Questo è accaduto nel totale disinteresse di un Governo impegnato a tutelare i soliti noti. Le mobilitazioni di questi mesi e quelle in programma hanno portato in piazza la condizione di tante soggettività: studenti, cittadini, lavoratori, donne. Ma soprattutto hanno portato in piazza l’indignazione di chi non è più disposto ad accettare l’umiliazione continua del nostro paese. Credo che le manifestazioni continueranno e cresceranno, considerata anche l’importante tappa dello sciopero generale del 6 maggio. La giornata di mobilitazione del 9 aprile si ascrive in questo contesto, con l’obbiettivo di far irrompere nel dibattito pubblico un’urgenza, troppo spesso raccolta con paternalismo e retorica: i giovani non sono più disposti ad aspettare, pretendono un cambiamento radicale nelle politiche pubbliche e ne vogliono essere protagonisti.

Tra i vari commenti alla manifestazione, ne ho letto uno che mi ha colpito molto: “i ventenni in buona salute nati e cresciuti in Italia e che si lamentano della propria condizione esistenziale mi lasciano esterrefatto. Hanno tutte le opportunità possibili, che neppure quelli con solo dieci anni di più potevano solo immaginare, e tutto quelle che sanno dire è che la società è brutta e cattiva perché li lascia ai margini? che vogliono lo stipendio fisso?” Tu come gli risponderesti?

I ventenni conoscono bene cosa accade a chi cerca di entrare nel mondo del lavoro e vuole costruire un autonomo progetto di vita: è negata qualsiasi opportunità, a meno che non si abbia una buona famiglia alle spalle. Questo è un dato oggettivo, abbiamo un’abbondanza di statistiche che lo dimostrano. Infatti non basta avere tanti strumenti in termini di competenze e facilità di comunicazione, è necessario reperire gli spazi per poterli esercitare.
D’altronde il problema non è tanto lo stipendio fisso, né la scarsa propensione al rischio dei giovani, quanto la carenza effettiva di autonomia e opportunità causata da un mercato troppo corporativo e arretrato, da un lavoro che non c’è, dalla svalorizzazione delle competenze, da un modello di welfare che trascura proprio i giovani.

Cosa accomuna i ventenni e i trentenni di oggi rispetto alle generazioni dei nostri genitori?

Le nuove generazioni occupano posizioni periferiche nella società, come nel lavoro. La mancanza di opportunità e la condizione di precarietà ne soffocano le potenzialità e competenze.
Questa è una chiara sensazione che i ventenni hanno interiorizzato proprio a partire dal vissuto dei trentenni. Infatti per i trentenni di oggi si tratta di una cruda realtà: sono la prima generazione afflitta dalla precarietà e successivamente falcidiata dagli effetti della crisi. Per questo è importante che queste due generazioni siano insieme protagoniste della mobilitazione del 9 Aprile, per mettere in campo una risposta che parla insieme la lingua del presente e del futuro.

Si parla di giovani, ma siamo sicuri che il problema generazionale riguardi solo loro e non, a catena, tutto il sistema paese?

Riguarda tutti. Infatti nell’appello chiediamo di scendere in piazza a coloro che la precarietà la vivono, a quelli che la considerano ingiusta e a quelli che la pagano ai propri figli.
In sintesi diciamo che i giovani sono la grande risorsa del nostro paese, una risorsa spremuta e sprecata allo stesso tempo. Serve tutta un’altra politica per il nostro paese, che al primo posto sprigioni le competenze e l’autonomia delle giovani generazioni, unica possibilità per innovare e rivitalizzare una società sempre più ingessata.

I cinque motivi per essere in piazza il 9 aprile?

Per prendere spazi e alzare la voce, questo paese è anche nostro e non può essere lasciato nelle mani di chi lo umilia quotidianamente; perché la creatività e le competenze dei giovani sono una risorsa che non può essere soffocata tra privilegi e raccomandazioni; Perché la precarietà della nostra generazione è intollerabile e serve tutta un’altra politica; perché da solo non ti salvi, ed è arrivato il tempo di un’azione collettiva; perché il tempo è proprio questo, adesso.

Guarda il calcio e capirai l’Italia

Gli italiani – vox populi vox dei - sono un popolo di allenatori e di presidenti del consiglio. Da Nord a Sud, i bar e i luoghi di ritrovo più vari sono teatro di riflessioni e dibattiti più o meno elaborati, sull’andamento politico del governo, sulle mancanze dell’opposizione, sull’inadeguatezza o meno del Presidente del Consiglio o della classe politica in generale a ricoprire il ruolo assegnatole. Allo stesso tempo, e con forse maggior fervore e – lì sì – competenza, ci si confronta e si dibatte sulle prestazioni della propria squadra, dei propri avversari, dei singoli giocatori. Se da un lato le opinioni politiche sono spesso contrastanti e inconciliabili, sul piano calcistico tutti, al di là del proprio campanilismo, concordano su un dato incontrovertibile: il declino del calcio italiano, sia nelle competizioni europee che a livello mondiale, dopo le imbarazzanti sconfitte agli europei del 2008 e i mondiali del 2010.

Il calcio, cartina di tornasole dell’Italia

Non è solo il calcio in realtà a registrare la sua Caporetto. E’ il sistema paese che sta vivendo una delle sue stagioni peggiori, che non sembra riuscire a lasciarsi alle spalle. Questo perché, nel calcio come nel paese, non si identificano con chiarezza le cause del problema e non si interviene con determinazione per risolverlo. Eppure, a non voler o saper leggere le statistiche allarmanti che rimbalzano sui media riguardo lavoro, produttività e benessere generale del paese, basterebbe utilizzare il calcio italiano come cartina da tornasole per capire cosa succede e cosa, forse, sarebbe necessario fare.

 

continua a leggere su MolecoleOnLine

 

L’articolo ha lo scopo, provocatorio, di sollevare un dibattito sulla questione generazionale in vista della manifestazione del 9 Aprile. Qui trovate l’appello, che potete sottoscrivere. Così come potete aderire alla pagina facebook della manifestazione, e dire la vostra su come questo paese stia sprecando, o meno, le sue migliori forze.

 

 

Le Luci

Ieri sera, al Circolo degli Artisti, gran concerto del sempre ottimo Vasco Brondi e le sue Luci della Centrale Elettrica.

Ed è sempre emozionante ascoltare questa canzone, soprattutto se cantata insieme alla variegata umanità che si ritrova ai suoi concerti.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.